Vitigno Cesanese

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Vitigno Cesanese


Con il termine generico “Cesanese” sono indicate le due varietà Cesanese d’Affile e Cesanese Comune. Non si hanno elementi certi in merito alle origini di questi vitigni. La notizia più antica risale a Plinio C.S., detto il giovane, che cita la copiosa produzione di vino rosso ad Aricia (attuale Ariccia) nell’area dei Castelli Romani. Nel libro XIV della Naturalis Historia egli attribuisce al gruppo delle “Alveole” l’appartenenza varietale dei vitigni rossi coltivati lungo le pendici delle collinette vulcaniche degradanti da Aricia verso il mare. Molti studiosi tra cui il Prosperi hanno ipotizzato che tali Alveole siano riconducibili alla famiglia dei Cesanesi, da cui scaturivano vini di antichissima tradizione, come testimoniano i reperti archeologici e storici rinvenuti sul territorio. Si racconta che l’imperatore Nerva, colpito dalla squisitezza del vino del Piglio costruì in quella zona una sua residenza imperiale, i cui resti sono ancora visibili. Si narra poi che questo fosse il vino prediletto da Federico II di Svevia per le sue battute di caccia e testimonianze ancora più certe lo danno come il preferito tra i vini dai papi anagnini Innocenzo III e Bonifacio VIII. Nell’areale attuale del Cesanese d’Affile è possibile ancora ritrovare alcuni segni delle antichissime tecniche colturali ivi importate dai colonizzatori greci ed etruschi, ed applicate sapientemente dai coltivatori romani in età repubblicana e imperiale, con rari ma bellissimi esempi di viti allevate a “conocchia” o maritate ad olmo e frassino. Mancini riferisce, verso la fine dell’800 che i viticoltori dell’area circostante Roma si rivelavano così scrupolosi nel seguire le norme di allevamento della vite da applicare alla lettera i precetti del Columella (seconda metà del 1° secolo a.C.) tra i quali veniva continuamente citato, rivolto alla vite: “fammi povera e ti farò ricco”. Le prime documentazioni storiche in cui viene citato genericamente il nome di “Cesanese” risalgono all’Acerbi che afferma essere un vitigno e successivamente al Di Rovasenda (1877) che parla di un “Cesanese nero” vitigno della campagna romana; ad essi si devono i primi elementi di descrizione ampelografica ed enologica di questa cultivar. Mengarini e Mancini, alla fine del 1800, introducono la distinzione tra sottovarietà “Comune” ed “Affile” e quest’ultimo ne indica alcuni elementi di riconoscimento esteriore: acino grosso per il “Comune” ed acino piccolo per “Affile” o “Piglio”. Solo con Vincenzo Prosperi vengono puntualizzati con rigore i caratteri ampelografici ed enologici che li differenziano nettamente. Le zone storicamente interessate alla coltivazione del Cesanese d’Affile, secondo quanto riportato dai citati Mengarini e Mancini, comprendevano nei secoli scorsi una parte dell’alto frusinate e il lato sud-est della provincia di Roma, a ridosso di quella di Frosinone. Ad oggi l’area di coltivazione, inferiore alla precedente, è in fase di consolidamento, interessando anche le basse colline circostanti la città di Anagni e in piccola parte il territorio di Affile, in precedenza quasi abbandonato. In essa il Cesanese d’Affile rappresenta l’uva rossa da vino dominante nella produzione di tre vini a D.O.C. L’area attuale comprende circa 14 Comuni, parte in provincia di Roma e prevalentemente in quella di Frosinone. Le pendici terminali dei monti Simbruini, comprendenti i monti Scalambra, Pila Rocca e Carmine e le sottostanti colline che sovrastano la valle del fiume Sacco, da Paliano ad Anagni, definiscono ambienti pedoclimatici molto diversi alcuni dei quali particolarmente favorevoli alla vitivinicoltura del Cesanese con altitudini variabili tra i 200 ed i 600 metri. La protezione dai venti più freddi e l’esposizione prevalente verso Sud ed Ovest assicura un clima mediamente temperato, mai nebbioso, con rare gelate primaverili. I sinonimi usati per questa varietà “Cesanese del Piglio” e “Cesanese di Olevano” sono in pratica coincidenti con le denominazioni di origine e con le zone elettive di coltivazione. Dopo un periodo lungo, soprattutto tra gli anni ‘80 e ‘90, di restringimento preoccupante della superficie coltivata, si assiste, all’alba del nuovo millennio, alla ripresa della voglia di reimpiantare e vinificare questo nobile vitigno autoctono, forti di una nuova consapevolezza delle sue peculiarità e potenzialità.

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