Gestione del vigneto

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L’impatto del rame in vitivinicoltura

Il progetto Vinnatur. Obiettivo la salvaguardia della biodiversità
 
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Da quando lo scienziato francese Millardet scoprì che i filari di vite spruzzati con la “poltiglia bordolese” diventavano resistenti alla pernospora, l’utilizzo dei prodotti a base di rame come fungicidi agricoli si è diffuso enormemente.
 
Per la sua importanza economica, diffusione sul territorio italiano e sensibilità ai parassiti fungini, la viticoltura è, senza dubbio, la branca agricola simbolo dell’utilizzo del rame. Non dobbiamo però dimenticare che il rame è un metallo pesante ed un suo uso eccessivo può rappresentare una potenziale minaccia per la salute dell’uomo e dell’ambiente. 
 
Paracelso, considerato il padre della tossicologia, affermava che “Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit” e cioè “Tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto”. C’è da dire però che, oltre al rapporto dose-effetto, bisognerebbe anche tenere in considerazione il tempo di permanenza della sostanza nell’ambiente e l’accumulo della stessa negli esseri viventi. Fenomeni questi che possono determinare un incremento non più controllato del “veleno”. 
 
Per questi motivi, i trattamenti fitosanitari a base di rame possono creare dei seri problemi e danneggiare anche la coltura che dovrebbero proteggere. Il meccanismo d’azione del rame non è selettivo ed agisce su tutte le forme di vita. L’azione biocida di questo elemento determina una diminuzione della flora microbica e fungina, tanto più grande quanto maggiore è l’accumulo dello stesso nel terreno, depauperando il suolo e ancor di più gli ecosistemi acquatici di queste due componenti fondamentali.

 
Negli anni scorsi, la viticoltura intensiva o industriale guardava alla biodiversità del vigneto come un fattore limitante e dannoso per la crescita delle vite e, ancora oggi, la viticoltura convenzionale incentra la biodiversità esclusivamente sulla presenza di diverse varietà di vite. Eppure, è ben noto che un suolo ricco di biodiversità è un suolo sano, capace di autodifendersi e difendere le colture agricole. Un buon equilibrio del suolo rappresenta la chiave per una pratica agricola di successo, rendendo le colture naturalmente più resistenti; discorso che per l’agricoltura biologica ha un senso maggiore, in quanto essa si pone come obiettivo la salvaguardia della biodiversità.
 
Inoltre, è noto che l’utilizzo di rame porta ad un decremento della materia organica del terreno, fenomeno che riduce la qualità del suolo stesso. Ma cosa succede alla micro e macro-fauna? La ricerca scientifica si è occupata ben poco della questione, ma i risultati ottenuti sembrano concordare sul fatto che questo metallo ha effetti negativi sulla maggior parte delle specie del suolo, portando ad un decremento della biodiversità dell’ambiente agricolo, effetto che aumenta nel tempo a causa dell’accumulo del rame. 
 
La presenza di batteri e funghi nel terreno, ma anche sulle parti aeree della pianta, può rappresentare un meccanismo di difesa particolarmente efficace contro i parassiti vegetali microscopici e arricchire il suolo di elementi minerali, fondamentali per le colture; animali sensibili al rame, come lombrichi e lumache, possono migliorare la tessitura del terreno, creando dei canali per l’aerazione delle radici e favorire la decomposizione della materia organica, migliorando la qualità del suolo. Il rame ha anche una documentata azione insetticida e il suo accumulo nell’ambiente potrebbe portare all’allontanamento dei coccinellidi ed impollinatori. Per questi motivi l’Unione Europea ha emanato una direttiva che ne regolamenta l’uso in agricoltura (91/414/CEE). 
 
Il rame è un fedele alleato anche dell’agricoltore biologico e il Reg. CE 889/2008 stabilisce il limite di utilizzo dell’elemento metallico a 6 kg per ettaro l’anno per un massimo di 36 kg in 6 anni, ovviamente, salvo deroghe. Quindi, in realtà, non è esattamente corretto associare l’uso del rame all’agricoltura biologica; anzi, la stessa si pone come obiettivo quello di controllarne e limitarne l’utilizzo, mentre è l’agricoltura convenzionale a ricorrere maggiormente a questo metallo.
 
Volevo segnalare un interessante progetto a cura di Vinnatur – l’Associazione Viticoltori Naturali – volto a ridurre l’utilizzo di rame e zolfo nei vigneti e che grazie alla consulenza del Centro sperimentale per la Viticoltura Sostenibile di Panzano in Chianti, ha la possibilità di avere ora gli strumenti idonei per perseguire, a livello sperimentale, questo obiettivo.
 
Il progetto di “riduzione di rame e zolfo” sarà il primo step che porterà poi in futuro, all’eliminazione totale di questi due prodotti, sostituendoli con prodotti fogliari che stimolino la pianta ad auto difendersi, fintanto che la pressione dei funghi non sia eccessivamente problematica. “L’andamento stagionale favorevole – dichiara l’associazione – ci sta permettendo di perseguire questa strada con eccellenti risultati finora. Ben 24 aziende su tutto il territorio nazionale hanno messo a disposizione una porzione considerevole dei loro vigneti affinché si potessero testare questi prodotti, associati ad una gestione ottimale del vigneto e ad un monitoraggio attento”.
 
“Grazie all’esperienza di questi primi 24 vignaioli potremo avere in mano dati concreti, che diffonderemo a tutti gli altri associati, che avranno così la possibilità di confrontarsi e conoscere, per crescere e migliorare ancora nella gestione delle loro vigne”. 
 
“Oggi il mercato dei prodotti fitosanitari furbamente presta sempre maggior attenzione a questo tipo di approccio; possiamo considerare questo aspetto un bene, ma il vignaiolo si sta trovando sempre più in balia di “prodotti miracolosi” che sembrerebbero risolvere ogni tipo di problema. Per questo è fondamentale avere una forza di gruppo ed un supporto scientifico sperimentale, esterno a logiche di mercato”.
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Pubblicato: 17 giugno 2015

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Categoria: Blog, Pubblicazioni Scientifiche

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