Il vitigno che verrà

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I pos­si­bili sce­nari in un mon­do del vino che sta cam­bian­do

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L’u­ti­liz­zo delle scop­erte fat­te in questi anni sul geno­ma del­la vite per­me­t­ter­an­no di ottenere piante meno vul­ner­a­bili nei con­fron­ti delle malat­tie e più adat­ta­bili ai cam­bi­a­men­ti cli­mati­ci. Nei prossi­mi anni queste ricerche decider­an­no del­la local­iz­zazione di vigneti in Europa e del­lo stile dei vini che saran­no in questi prodot­ti

 

Fini­ta l’epoca dei vit­ig­ni apo­li­di, det­ti anche inter­nazion­ali, colti­vati ormai ovunque, i cui vini sono sem­pre più des­ti­nati alla fas­cia più bas­sa del mer­ca­to e del­la con­fu­sione gen­er­a­ta da una ple­to­ra di denom­i­nazioni di orig­ine sen­za tradizioni, né mer­i­ti qual­i­ta­tivi, ci si inter­ro­ga su quale futuro dovrà atten­der­si la viti­coltura ital­iana.

La querelle anco­ra irrisol­ta sul­la pri­mazia del vit­ig­no sull’ambiente e vicev­er­sa, nel deter­min­is­mo del­la qual­ità di un vino appar­tiene ormai alla sto­ria del­la viti­coltura e ha vis­to, fino all’epoca dei lumi, il prevalere del luo­go di pro­duzione su quel­lo del­la vari­età. Molte sono le analo­gie con l’ostracismo attuale dell’opinione pub­bli­ca nei con­fron­ti del­la genet­i­ca, dove preval­go­no le opin­ioni etiche su quelle di sostan­za.

La moda effimera dei vit­ig­ni antichi o autoc­toni ha ripor­ta­to in auge il ruo­lo cru­ciale del vit­ig­no nel­la comu­ni­cazione del vino in un’epoca nel­la quale non si ha tem­po per gli appro­fondi­men­ti geografi­ci e del ruo­lo dell’aura che ne accom­pa­gna l’origine e la sto­ria, nei con­fron­ti di un con­sumo fat­to più con il cervel­lo che non con il pala­to.

Di questi vit­ig­ni ci si ricor­da solo il loro nome per­ché curioso, ver­na­co­lare: abbi­amo ormai dimen­ti­ca­to, a dis­tan­za di pochi anni, le sen­sazioni gus­ta­tive del loro vino, spes­so prodot­to con tec­niche eno­logiche non coer­en­ti con le carat­ter­is­tiche del vit­ig­no e la local­ità sper­du­ta dove sono colti­vati.

Cosa fare allo­ra? Quale cam­mi­no intrapren­dere in un peri­o­do di gran­di cam­bi­a­men­ti nei con­fron­ti dei con­su­mi, degli stili di vita e non ulti­mo del cli­ma? L’elemento per­va­si­vo in ogni scelta, sia essa pro­dut­ti­va o di con­sumo, è la glob­al­iz­zazione: da molti accetta­ta per l’apporto pos­i­ti­vo sul­la com­p­lessità cul­tur­ale e sui riscon­tri mer­can­tili, da altri con­sid­er­a­ta inqui­etante e peri­colosa e per questo rifi­u­ta­ta.

È opin­ione dif­fusa tra i pro­dut­tori ed i con­suma­tori che sia la mag­giore respon­s­abile del­la cres­cente banal­iz­zazione delle carat­ter­is­tiche sen­so­ri­ali dei vini prodot­ti in tutte le par­ti del mon­do. Non trascur­abile in questo sen­so anche il ruo­lo del­la comu­ni­cazione e delle guide, forte­mente con­dizion­ate da tipolo­gie di vini “per­fet­ti”, ma senz’anima e che non san­no oper­are quell’elogio dell’imperfezione, imper­fezione che non è difet­to e che spes­so è alla base di un vino con­tro­cor­rente, di un vino inno­v­a­ti­vo.

Ma la glob­al­iz­zazione ha oper­a­to anche in direzione oppos­ta, cre­an­do nuove occa­sioni per forme di pro­duzione alter­na­tive, facen­do ricor­so a forme di viti­coltura alter­na­ti­va come la bio­d­i­nam­i­ca, nel ten­ta­ti­vo di man­tenere forme di viti­coltura che le pres­sioni del pro­gres­so sci­en­tifi­co ten­dono a scon­vol­gere.

Ma riv­ol­ger­si alle filosofie new age per pro­durre vino non ha molto sen­so, così come rifu­gia­r­si in una tradizione che è vista come l’antidoto ai mali prodot­ti dal­la ricer­ca. Nul­la di più fal­so per­ché — come dice­vano Hoss­bawn e Ranger in L’invenzione del­la tradizione — le tradizioni sono sem­pre state inven­tate e rein­ven­tate per sod­dis­fare gli scopi di per­sone che vol­e­vano, attra­ver­so queste, legit­ti­mare il loro potere.

A chi invo­ca il ritorno del­la tradizione nel­la pro­duzione di vino si può invece rispon­dere che il modo più effi­cace per attuar­la è quel­lo di un suo “tradi­men­to fedele”. Il par­a­dig­ma inter­pre­ta­ti­vo che ha mosso nei sec­oli il pro­gres­so viti­co­lo è sta­to l’innovazione genet­i­ca, rap­p­re­sen­ta­ta dal­la cir­co­lazione vari­etale e dal­la selezione degli incro­ci inten­zion­ali e spon­tanei.

Se vogliamo dare segui­to alla provo­cazione che una grande cate­na di dis­tribuzione inglese ha uti­liz­za­to per sti­mo­lare l’interesse dei suoi con­suma­tori nei con­fron­ti del con­sumo del vino (“pro­va qual­cosa di nuo­vo oggi”), l’unica risor­sa oggi disponi­bile è quel­la di intro­durre nel­la nos­tra viti­coltura dei nuovi vit­ig­ni.

Pos­si­amo attin­gere al grande baci­no geneti­co tran­scau­ca­si­co (cir­ca 800 vit­ig­ni da val­utare nei nos­tri cli­mi), ai risul­tati dei pro­gram­mi di miglio­ra­men­to geneti­co per incro­cio in cor­so pres­so molti cen­tri di ricer­ca e soprat­tut­to dob­bi­amo intrapren­dere nuovi prog­et­ti di incro­cio, uti­liz­zan­do le scop­erte fat­te in questi anni sul geno­ma del­la vite, anche per ottenere piante meno vul­ner­a­bili nei con­fron­ti delle malat­tie e più adat­ta­bili ai cam­bi­a­men­ti cli­mati­ci, che nei prossi­mi anni decider­an­no del­la local­iz­zazione di vigneti in Europa e del­lo stile dei vini che saran­no in questi prodot­ti.

Le pau­re van­no esor­ciz­zate pen­san­do che Chardon­nay, Caber­net Sauvi­gnon, Pinot nero, Syrah, Gril­lo e moltissi­mi altri vit­ig­ni sono il risul­ta­to di incro­ci ben rius­ci­ti che han­no deter­mi­na­to il suc­ces­so di molte zone viti­cole. Per­ché rin­un­cia­re oggi a ques­ta pos­si­bil­ità?

 

 

Attilio Scien­za,  Atti del­la I° gior­na­ta di stu­dio sul vino. Inno­vazione: il vino che berre­mo

 

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Pubblicato: 17 Maggio 2014

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Categoria: Blog, Pubblicazioni Scientifiche

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