Viticolture marginali ed estreme italiane. Un progetto di ricerca per le isole minori

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La viticoltura delle isole toscane tra perdita di superficie, produzioni di eccellenza e valorizzazione del paesaggio è l’indagine svolta dal CREA (Centro di Ricerca per la Viticoltura) a cura di Paolo Storchi e Alessandra Zombardo dell’Unità di ricerca per la viticoltura di Arezzo e Rita Perria del Centro di ricerca per la viticoltura di Conegliano.

 

L’indagine, che rientra nell’ambito del tema “Il paesaggio viticolo e la sua forza comunicativa”, è stata presentata al quinto congresso internazionale sulla viticoltura di montagna e in forte pendenza, allo scopo di valutare lo stato attuale della viticoltura nelle isole dell’arcipelago toscano.  
 
La viticoltura delle piccole isole italiane vive un momento difficile ed una progressiva e costante riduzione per varie cause. In primis il costo elevato di mantenimento delle vigne che richiedono una manodopera qualificata, fatta spesso di vecchi viticoltori, in un contesto difficile e caratterizzato da terrazzamenti aggrappati alla costa,che rendono impraticabile la meccanizzazione e fanno lievitare i costi di produzione poiché l’unico strumento efficace diventa la manualità degli agricoltori.
 
Si assiste così ad una riduzione lenta ma costante che, in assenza di interventi e aiuti economici, rischia di proseguire fino alla totale dismissione della vite e alla perdita di un patrimonio comune del territorio italiano. Forte preoccupazione sussiste poi per il futuro dei vigneti a conduzione familiare, posti in zone più decentrate ed “eroiche”, di età più che trentennale, che senza interventi di salvaguardia territoriale volti a incentivare il loro mantenimento, continueranno a diminuire.
 
Il fenomeno del’abbandono delle aree agricole difficili è assai diffuso in tutte le regioni d’Italia, ma rappresenta un elemento di particolare rilievo e interesse soprattutto in aree dove il paesaggio e l’ambiente sono l’elemento principale dello sviluppo economico.

Le isole sono tra l’altro inserite nel Parco Nazionale dell’Arcipelago toscano che ha rilevante interesse ambientale e naturalistico, nel quale il cambiamento del paesaggio legato alla progressiva scomparsa di determinate coltivazioni, soprattutto della vite e dell’olivo, non è di poco conto.

É oggi improponibile il mantenimento di un ambiente immutato nel tempo, a cui sia legata un’economia tradizionale in gran parte di sussistenza, tuttavia è opinione condivisa che la conservazione dell’identità del paesaggio, la difesa idrogeologica del territorio, che potrebbero creare opportunità lavorative ed economiche con attività altamente professionali, siano valori troppo importanti per essere considerati di sola pertinenza della sfera economica.

Per questi motivi, nel delineare un futuro per la viticoltura dell’Arcipelago, si è affermata l’idea che l’intera comunità e le istituzioni superiori considerino tra gli obiettivi prioritari non solo il mantenimento dell’attuale viticoltura nelle zone “difficili”, ma incentivino e sostengano il recupero alla coltivazione di territori che alcuni decenni fa erano altamente vocati alla viticoltura.

Soprattutto in previsione di una programmazione futura si avverte l’esigenza di portare avanti una politica che valorizzi la tipicità e l’identità del territorio rurale in un quadro d’integrazione tra area marina, costiera e collinare in grado di mettere in collegamento in maniera integrata e non conflittuale agricoltura, artigianato, paesaggio e turismo.

Il vino di qualità, i prodotti tipici e il paesaggio rurale possono quindi essere strumenti di sviluppo economico, capaci di rilanciare l’economia di un territorio.

 
L’arcipelago toscano
 
L’arcipelago toscano è costituito da 7 isole disposte a semicerchio di fronte alla costa livornese e grossetana (Elba, con la maggiore superficie, e Giglio, Giannutri, Montecristo, Pianosa, Capraia e Gorgona). In tutte sono evidenti le testimonianze storiche di una presenza vitivinicola, anche se attualmente le coltivazioni continuano ad esistere solo all’Elba, al Giglio e, in misura minore, a Capraia e Gorgona.

In particolare l’Elba ed il Giglio appartengono storicamente a quel gruppo di isole, come Pantelleria, Ischia e le Eolie, dove la vitivinicoltura era nei secoli scorsi una delle principali attività antropiche ed economiche. Neanche queste isole si sono sottratte al recente fenomeno in più occasioni rilevato nelle isole minori mediterranee: una generale e forte diminuzione complessiva dell’attività agricola (sia in termini di superficie, sia di aziende ed addetti) e, soprattutto, un notevole decremento della coltivazione della vite. In proposito, con il presente lavoro, è stata condotta un’indagine volta a valutare lo stato attuale della viticoltura nelle isole dell’arcipelago toscano, in passato oggetto di una diffusa e redditizia filiera vitivinicola.

Lo studio

Attraverso lo studio della documentazione storica, delle fonti statistiche ISTAT e ARTEA e delle indagini dirette in campo, è stata ricostruita l’evoluzione delle superfici coltivate a vite nelle diverse isole che compongono l’arcipelago toscano e si è delineata la situazione attuale che, a fronte di un deciso ridimensionamento complessivo delle superfici coltivate, presenta oggi due diverse tipologie di impresa: una dinamica e dedicata alla produzione di vini ad elevato valore commerciale ed un’altra di sussistenza, costituita da piccoli vigneti gestiti a livello hobbistico e familiare, rappresentata prevalentemente da agricoltori con elevata età media.

La viticoltura tuttora risulta comunque marcatamente presente nelle isole maggiori, rispettivamente all’Elba ed al Giglio, ed in ripresa a Capraia. A Gorgona è invece in atto un interessante progetto di valorizzazione vitivinicola all’interno della locale colonia penale agricola. Un aspetto comune alla viticoltura di queste isole è l’elevata connessione con il territorio ed il paesaggio tipico, per cui oggi diviene prioritaria e di interesse comune la necessità di mantenere e valorizzare l’attività agricola, in particolare nelle aree a maggiore pendenza, dove per natura dei suoli risulta alto il pericolo di erosione e conseguente forte degrado.

A fronte di maggiori spese di conduzione dei vigneti, risulta, inoltre, notevole la possibilità di rapida commercializzazione dei vini grazie alla presenza di un consistente flusso turistico interessato alle produzioni locali.

Evoluzione delle superfici coltivate

Secondo i dati statistici più recenti disponibili (ARTEA 2016, com. pers.) la superficie dichiarata a vigneto nell’intero arcipelago è pari a 201,9 ha, di cui 186,8 nell’isola maggiore (Elba), 8,5 al Giglio, 5 a Capraia e 1,6 a Gorgona. Mentre a Capraia la superficie è in ripresa negli ultimi anni, con impianto di vigneti giovani, al Giglio si registra invece un decremento marcato ed un’età avanzata degli impianti presenti. Complessivamente oltre un quarto dei vigneti ha un’età superiore a 30 anni, per cui sarebbe utile prevedere in tempi brevi un adeguato programma di rinnovamento di diversi vigneti ormai obsoleti. E’ comunque positivo che oltre la metà degli impianti siano stati realizzati negli ultimi 15 anni, segnale evidente di un rinnovato interesse verso il settore e di una prospettiva di valorizzazione economica di medio lungo termine. Un incentivo alla realizzazione di nuovi vigneti potrebbe, inoltre, derivare dalla possibilità di concedere nuovi diritti di impianto regionali nell’ambito di specifici programmi di ampliamento aziendale.

Isola d’Elba

L’Elba, con una superficie di 244 kmq, è la maggiore delle isole toscane, con un’antica tradizione vitivinicola che risale al periodo etrusco e successivamente ai Romani. Il territorio è per oltre il 90% collinare e montagnoso e quasi un quarto della superficie è ad elevata pendenza e si trova oltre i 250 metri di altitudine.

Le superfici coltivate a vite all’Elba hanno avuto storicamente un andamento altalenante, con una crescita costante da metà settecento fino agli anni ’80 dell’ottocento, quando per l’arrivo di fillossera, oidio e peronospora la coltivazione crollò rapidamente. Nel 1814, coincidente con il periodo dell’esilio di Napoleone Bonaparte, all’Elba risultavano in coltivazione 32 milioni di viti per circa 5.000 ha di superficie (Pellegrini, 1975; Stronchi, 1998).Due terzi dei vigneti saranno poi distrutti dalla fillossera, la cui presenza viene segnalata già nel 1882. Da inizio ‘900 agli anni cinquanta del secolo scorso si registra un nuovo incremento, tanto che nel 1955 la superficie raggiunge il ragguardevole valore di 2.800 ha, per scendere poi a 1.078 nel 1970, momento in cui si stimava una produzione di 55.000 hl di vino. Questo periodo ha coinciso con l’esodo dalle campagne, con il successivo abbandono di molti vigneti terrazzati (Bucciantini et al., 2003).

Secondo i dati dei Censimenti ISTAT nel 1982 si registra infatti una nuova rapida decrescita a 565 ha, in conseguenza dell’abbandono dell’attività agricola a favore del più redditizio settore turistico, ed un ulteriore decremento si verifica nel 1990 con una flessione sia del numero di aziende, sia di vigneti, che occupa una superficie totale di 410 ha.

Significativa è la diminuzione dei vigneti da 268 a 56 ettari nel Comune di Marciana, territorio interamente collinare e montano dove la vite era coltivata quasi esclusivamente su terrazzamenti. E’ comunque da evidenziare che il decremento di questi ultimi decenni è da imputare principalmente a piccoli produttori per autoconsumo, mentre per le aziende più grandi e strutturate la tendenza è stata rivolta ad un incremento di superficie al fine di aumentare il potenziale produttivo e razionalizzare la gestione colturale.

Nell’ultimo Censimento del 2010 la superficie a vite risulta di 209 ha, con una media di circa 0,8 ha per azienda. Secondo i più recenti dati dell’Agenzia regionale ARTEA (2016) solo 156 ha appartengono a viticoltori che commercializzano uve o vini. La diminuzione degli ultimi decenni ha interessato soprattutto i vigneti terrazzati su versanti con pendenze più accentuate, a causa delle difficoltà di meccanizzazione delle operazioni culturali. L’aumento della superficie media a vite per azienda indica inoltre che sono scomparse le aziende più piccole a conduzione familiare o part-time.

Le forme di allevamento presenti sono essenzialmente tre: l’alberello nei vigneti più antichi e terrazzati, con sesto d’impianto di m. 1 x 1; contro spalliera con potatura a cordone speronato basso, che rappresenta più dell’80% dei sistemi adottati attualmente, con sesti d’impianto di m. 2,00-2,50 tra le file e 0,80-1,20 sulle fila; è presente anche il Guyot semplice, con sesti simili al cordone.

In passato era invece abbastanza diffusa una forma di allevamento locale, denominata “Capannello” e caratterizzata da 4 sostegni obliqui uniti al centro di un quadrilatero con lato di un metro, sui quali venivano fatti crescere i germogli di altrettante piante potate ciascuna con 2 speroni bigemma. Gli impianti, su terrazzi, erano ad altissima densità con 10.000 viti/ha.

Tra le varietà coltivate all’Elba i vitigni bianchi costituiscono il 70% circa del totale delle viti; tra questi il Procanico (biotipo locale del Trebbiano Toscano) è largamente maggioritario; seguono l’Ansonica, il Vermentino, il Moscato bianco e altri vitigni di impianto più recente quali Sauvignon, Chardonnay, Malvasia lunga, ecc.

Nel descrivere la base ampelografica si deve tenere presente che la viticoltura dell’Elba era, sino agli anni sessanta del secolo scorso, rivolta alla commercializzazione di mosto e vino nuovo sfuso verso le regioni del nord Italia; quindi si prediligevano vitigni con buona produttività e buona resa in mosto. Negli ultimi impianti realizzati si registra una diminuzione del Procanico ed un aumento di Vermentino e altri migliorativi. Il Sangiovese è il più diffuso vitigno rosso; negli ultimi anni sono stati impiantati alcuni vigneti con Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah. L’Aleatico è comunque il vitigno più tradizionale anche se occupa una superficie non superiore ai 25 ha. Il materiale di propagazione proveniente da vigneti locali presenta, tra l’altro, serie problematiche sanitarie in quanto indagini virologiche del 2001 (Triolo et al.) avevano evidenziato che oltre il 97% delle piante esaminate era infetto, in larga parte per la presenza del virus dell’accartocciamento fogliare (GLRaV 1 e 3).

Dal punto di vista produttivo è presente fino dal 1967 la DOC Elba (bianco e rosso) e nel 2011 è stata riconosciuta la DOCG per la tipologia “Aleatico”. Nel 2015 risultavano iscritti all’albo della DOC 86 ha, per una produzione di 3800 hl di vino, mentre alla DOCG Aleatico erano iscritti 16 ha, con una produzione in crescita che si aggirava intorno a 2700 hl.

Isola del Giglio

In ordine di superficie la seconda isola dell’Arcipelago è il Giglio. Secondo i più recenti dati ARTEA (2016) la superficie produttiva a vite è però ridotta a soli 8,53 ha, mentre nel 1930 si contavano circa 100 ha a vigneto. La varietà storicamente ed attualmente più coltivata è l’Ansonica, che da sola costituisce oltre l’80% della base ampelografica.

Il territorio di questa Isola dalle antiche tradizioni fa oggi parte della più vasta DOC Costa dell’Argentario, ma malgrado alcuni encomiabili progetti di valorizzazione ha registrato negli ultimi decenni elevati abbandoni in termine di superficie e di produttori.

Fino all’inizio del XX secolo al Giglio la vinificazione avveniva direttamente in campo, in vasche di pietra (palmenti) di probabile origine etrusca (o precedente) e ricavate direttamente nei monoliti di granito presenti tra i vigneti. Resti di tali antiche strutture sono ancora rinvenibili nei campi abbandonati (Brandaglia, 2001).

Il sistema di allevamento tipico del Giglio era costituito da piccoli filari a controspalliera realizzati con sostegni fatti esclusivamente di canne (Arundo donax) incrociate, sulle quali venivano legati i germogli delle viti potate con corti speroni, senza impiego di fili portanti.

Le altre Isole

Nell’Isola di Capraia la viticoltura era praticamente scomparsa nel 1986, con la chiusura del carcere, ma dal 2001 sono stati realizzati nuovi vigneti per una superficie di 4,9 ha, impiantati soprattutto con Aleatico e Vermentino.

Capitolo a parte merita l’isola di Pianosa, amministrativamente parte del comune di Campo nell’Elba. L’isola, con una superficie complessiva di 1.000 ha, ha una storica destinazione a colonia penale agricola con la presenza marcata di vigneti a partire dalla fine dell’ ‘800. Nel 1923 la superficie a vite era arrivata a 25 ha, ma con la chiusura della Colonia penale i vigneti sono scomparsi del tutto e a testimonianza storica resta solo una grande cantina di vinificazione.

Relativamente alle altre isole più piccole, Montecristo ha ospitato in passato piccoli vigneti ad uso familiare, e addirittura per un brevissimo periodo nel 1881 venne realizzato anche un vivaio governativo di viti, abbandonato nell’anno successivo a causa della fillossera. Oggi Montecristo è una riserva naturale integrale e si sono ormai perse le tracce della coltivazione della vite, così come non sono presenti vigneti commerciali a Giannutri.

A Gorgona, invece, all’interno della locale Colonia penale agricola, è attualmente presente un vigneto commerciale di Vermentino ed Ansonica della superficie di 1,6 ha.

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Pubblicato: 7 giugno 2017

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Categoria: Blog, Eventi, Pubblicazioni Scientifiche

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